Il percorso della Libertà

Italia 1943 - 1945

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Dalla Resistenza alla Costituzione: la formazione della classe politica repubblicana

Mariuccia Salvati*

1. Il posto del fascismo oggi: tra due sessantennî di storia d’Italia


L’occasione per cui siamo qui riuniti è la celebrazione del sessantesimo della Liberazione, del movimento cioè che ha reso possibile l’avvio del nostro paese sulla strada della democrazia. Sì, lo so, dovrei dire che ha consentito il ritorno del nostro paese alla democrazia. Ma oggi, nel soffermarmi sulle caratteristiche della classe politica che nel 1945 si candidava a governare un paese in rovina sotto ogni punto di vista, vorrei evidenziare soprattutto quei tratti culturali, morali e politici che idealmente collegano i successi di allora ai due dibattiti costituzionali attualmente in corso: quello sulla Carta fondamentale del nostro paese e quello sulla Carta dei diritti europea. Vorrei cioè, collocandomi idealmente nel 1945, guardare soprattutto al futuro anziché al passato, proiettarmi in avanti verso il 2005, anziché all’indietro, verso il sessantennio precedente il 1922.

Lo spostamento di ottica sembra opportuno per molti motivi, il principale dei quali è che nei sessant’anni passati dal momento della Liberazione già molto sul piano storico è stato fatto per collocare il fascismo all’interno della complessiva storia d’Italia, soprattutto da parte degli Istituti di storia della Resistenza e nelle diverse occasioni di celebrazione degli anniversari: come si ricorderà è almeno a partire dalle lezioni milanesi degli anni ‘601 che si è avviata una stagione di ricerca e di riflessione che sarebbe poi continuata con i grandi lavori connessi al trentennale e poi via via al quarantennale e al cinquantennale, con approfondimenti sempre più ampi sul contributo offerto dalle diverse culture politiche alla scrittura della Costituzione. Molto lavoro in queste occasioni è stato fatto per ricordare gli eventi, per ricostruire le memorie, ma anche per collocare il fascismo sullo sfondo del sessantennio liberale e per ricostruire il peso che quella eredità ha rappresentato nella dinamica delle forze democratiche nel sessantennio repubblicano2.

Venendo dopo tanti dibattiti e movendo da un patrimonio consolidato di ricerche, quale può essere oggi il nostro apporto di riflessione? In che modo il tempo presente condiziona e guida la nostra lettura di quegli eventi passati? Con quali nuovi argomenti, storici, giuridici, politici, potremmo oggi, per esempio, illustrare la nostra comune fedeltà a quel momento fondativo che fu la scrittura del testo costituzionale? Come spiegarla a una generazione non più di figli ma di nipoti dei Costituenti? Una generazione, lo ricordo rapidamente, che è nata dopo l’assassinio di Moro e gli anni del terrorismo, è cresciuta assistendo all’indebolirsi contemporaneo e parallelo del tessuto produttivo del paese e del sistema dei partiti, ha visto chiudere le grandi fabbriche e aprirsi Tangentopoli, trasformare il paese in un grande campo pubblicitario e televisivo, ma che, d’altra parte, può oggi studiare e comunicare con internet, fruire della rivoluzione dell’euro e muoversi nell’Unione a 25.

Sarà a questa nuova generazione che toccherà esprimersi sul posto dell’antifascismo3 nella cultura politico-istituzionale del futuro, quel posto che oggi viene contestato in nome della sua pretesa obsolescenza, confermata dalle nuove ricerche sul decennio degli anni ‘70: da queste infatti emergerebbe il fallimento della classe dirigente che governava il paese fin dal 1945 a fronte delle gravi crisi di quegli anni. In effetti, il declino della classe politica cementata dall’unità del dopoguerra è indubbio e avviene per molte ragioni, interne e esterne: per ragioni economiche in primo luogo (crisi, inflazione, ma anche deriva affaristico-clientelare degli enti pubblici - con la sola eccezione della Banca d’Italia, non a caso sotto attacco nella figura di Paolo Baffi nel 1978-80), per la elevata conflittualità sociale (si combinò allora una crescita parallela di costi del lavoro e delle materie prime energetiche), per un attacco diffuso alla cultura stessa della democrazia, la cui forma istituzionale veniva messa in discussione non solo dallo scontro tra gruppi cosiddetti rivoluzionari e segmenti incontrollati degli apparati di Stato, ma anche da ceti sociali nuovi che non si sentivano più rappresentati dai partiti dell’antifascismo costituzionale.

La tesi che vorrei qui sostenere è che, se è vero che oggi siamo meglio in grado di valutare ciò che è stata la cesura della fine degli anni ‘70 e in particolare del delitto Moro4, è anche vero che, soprattutto oggi, siamo anche in grado di capire quello che non è stata: e cioè l’ora zero dell’antifascismo, la fine dei valori espressi dal patto costituzionale.

Come ci spiegheremmo altrimenti il fatto che questi stessi valori, sotto altre forme – i diritti umani, la non violenza, la pace, la solidarietà – hanno anzi ripreso nuovo vigore nella coscienza delle giovani generazioni a partire dagli anni ’90?


2. Da un sessantennio all’altro


Tra gli storici e i docenti di storia contemporanea si è soliti iniziare un corso di lezioni citando una riflessione che troviamo espressa nella classica Guida all’età contemporanea di G. Barraclough: qui, come certamente molti di voi ricordano, si esprime questo concetto. “La storia contemporanea ha inizio quando i problemi che sono attuali nel mondo moderno assumono per la prima volta una chiara fisionomia”. Ne consegue che nella ricostruzione storica dei decenni antecedenti l’accento sarà posto sulle origini dei fenomeni che hanno piena visibilità nel mondo attuale, trascurando gli altri. Lo spostamento metodologico auspicato da Barraclough è tra i più moderni (non a caso è lo stesso operato da H.Arendt ne Le origini del totalitarismo a proposito di Auschwitz e dell’antisemitismo) perché, mettendo a fuoco temi e questioni che risaltano per la loro attualità nel presente, costringe a guardare all’indietro per cercarne le origini e a illuminare di nuova luce fatti apparentemente già consacrati dal giudizio storico.

Con un esercizio alquanto azzardato isolerei due fenomeni tra loro connessi che hanno caratterizzato il decennio appena trascorso e che ci invitano a rileggere la data del 1945 in una nuova prospettiva: europeismo e globalizzazione. Sebbene, come è stato rilevato5, la globalizzazione rischi di snaturare l’europeismo, di danneggiare cioè il significato profondo dell'Unione europea così come si è venuta costruendo, appare evidente, soprattutto dopo il 1989, come l’identità europea non sia fatta di frontiere, ma di volontà di associazione tra popoli che in comune hanno non solo obiettivi economici ma anche e soprattutto politici: la pace. I due tipi di obiettivi, come ben sapevano i padri fondatori, sono strettamente intrecciati:

L'Europa è dunque un gruppo di ex nemici coperti di gloria e di infamia, che hanno scoperto nelle rovine della guerra che cosa sia essere uniti dal sangue versato e da un cambiamento politico e morale profondo. In virtù di questo segno distintivo l'europeismo è il solo grande progetto politico che non solamente sia sopravvissuto alla tragedia del XX secolo, ma che da lì ricavi la sua forza6.

Si può pertanto sostenere che questa volontà di esorcizzare i vecchi demoni, come dimostra ancora oggi l'intensità del dibattito sui crimini commessi nella prima metà del secolo, abbia costituito e costituisca ancora per l'Europa un fattore di coesione. La stessa “fantasia” costituzionale europea ha dovuto ripartire dagli orrori della guerra e dalla priorità della pace e del rispetto dei diritti umani per poter funzionare. Come ha scritto nel 2000 il presidente della Repubblica Ceca Vaclav Havel:

«All’inizio del processo di unificazione, dopo la seconda guerra mondiale, l’Europa occidentale democratica si trovò ad affrontare la memoria degli orrori di due guerre mondiali e la minaccia del regime totalitario comunista. Allora non era necessario parlare dei valori da difendere, perché era evidente quali fossero. [...] Solo quando, un decennio fa, sparì la minaccia fisica nei suoi confronti, l’Europa fu spinta a impegnarsi in profonde riflessioni sui fondamenti morali e spirituali dell’unificazione e su quali dovessero essere gli obiettivi di un’Europa unita».7

Dunque, Havel ci ricorda, se cinquanta-sessant’anni fa non c’era bisogno di nominare questi valori, in quanto tutti li avevano ben presenti, oggi è diventato necessario.

Ecco, è su questa diversa sensibilità dell’oggi che vorrei porre l’accento, perché essa si manifesta sia sul terreno della ricerca storiografica relativa alle “ombre dell’Europa” che su quello costituzionale europeo; ciò che è cambiato a partire dagli anni ’90 è soprattutto l’elaborazione della memoria storica che, declinata diversamente nei singoli Stati, ha tuttavia trovato ovunque un terreno comune, il rifiuto delle guerre civili infra-europee. Il riflesso di questo cambiamento si palesa nella produzione storiografica: in un insieme di ricerche, a livello europeo, che degli anni della guerra e della Resistenza tende soprattutto a evidenziare - nel mentre rievoca gli orrori delle stragi, dei bombardamenti e dell’accanimento crudele e violento, in un conflitto che fu civile e “contro i civili” non solo in Italia ma nell’Europa intera - il carattere di scontro ideale, etico, ancor più che militare e politico. Anche per questo tornante storiografico possiamo fare riferimento a un fondamentale saggio di Claudio Pavone che bene illustra il carattere di scontro ideale in corso all’interno delle diverse correnti culturali, liberale, socialista, cattolica, e la convinzione dei resistenti di combattere per un’altra Europa, per un’altra Italia8. I passi avanti che si sono compiuti negli ultimi anni nella ricostruzione del disegno internazionale dell’ordine fascista e nazista dal punto di vista militare, amministrativo, economico, razziale, riflettono un orientamento che ha abbandonato l’impianto puramente comparatista per assumere decisamente quello di una storia europea del ‘900 9, ma che nel far questo riflette la consapevolezza di una comunanza ideale raggiunta dai paesi una volta unificati dall’ordine nazista, una comunanza ideale la cui importanza è apparsa più evidente dopo il ricongiungimento con la parte dell’Europa “sequestrata” (secondo la nota definizione di Milan Kundera). Ha osservato Pavone nel saggio citato:

«Quanto più cresce oggi una coscienza europea tanto più la guerra che ha sconvolto il continente appare una guerra civile, e tanto più viene stimolata la ricerca, fra le tante possibile Europe, di quella che visse la guerra come un trauma che andava al di là dei consueti conflitti fra Stati e che si sentiva come una ‘comunità immaginata’ in quanto, e proprio perché, a essa non corrispondeva nessuna precisa organizzazione politica.

Il secondo aspetto su cui vorrei richiamare l’attenzione è il ponte che, in virtù di questo comune sentire resistenziale si è costruito con la costituzionalizzazione di questi valori nel Trattato sull’Unione europea. Il richiamo esplicito del Trattato alle tradizioni costituzionali comuni degli Stati membri sancisce il riconoscimento de “l’esistenza di un modello costituzionale europeo di fatto venutosi a determinare nella effettività delle pratiche costituzionali operanti nei diversi paesi europei, al di là delle evidenti differenze pur esistenti tra quei paesi e tra le loro rispettive costituzioni positivamente vigenti”» 10


I riferimenti negli articoli del Trattato per la costituzione europea11 delineano una comunanza ideale iscritta nelle costituzioni e su quella base legittimano la costituzionalizzazione dei valori riconosciuti comuni da parte della Comunità europea.

Accennavamo all’inizio di questo paragrafo al tema congiunto della globalizzazione: in effetti, per una corrente di studiosi non marginale, l’europeismo – inteso nel senso ampio e civile sopra richiamato – costituisce o dovrebbe costituire anche una possibile risposta ai disagi sociali e umani causati dalle conseguenze della globalizzazione: una risposta politica, una proposta culturale, un insieme di valori che distinguono e dovrebbero continuare a distinguere il modello di crescita economica europea da quello di altri paesi e continenti. In un articolo recente che ha suscitato scalpore, L.Gallino si è chiesto, per esempio, perché invece di chiudere le barriere doganali ai prodotti cinesi non proviamo a esportare noi (Europa) i diritti in Cina ed a rispettarli anche nei casi di delocalizzazione.. Trovo questo articolo12 tutt’altro che utopico o paradossale. L’Europa ha conquistato a caro prezzo nella seconda metà del XX secolo la competenza e l’esperienza in un nuovo prodotto di esportazione frutto della sua civiltà, e questo prodotto è la capacità di combinare innovazione tecnologica e rispetto dei diritti della persona. E’ questo il nostro prodotto tipico di esportazione!


3. Dalla Carta costituzionale alla Carta UE: l’eredità della cultura anti-totalitaria



Attenendomi alla sfera dei principi, vorrei dapprima evidenziare come gli ambiti di diritto elencati dalla Carta europea trovino riscontro, naturalmente con una diversa articolazione, anche nei principi fondamentali (art.1-12) e nella Parte I titolo I (Diritti e doveri dei cittadini) della nostra Costituzione. Essi sono, nell’ordine, i grandi ambiti della dignità umana, della libertà, dell’uguaglianza, della solidarietà, della cittadinanza, della giustizia. Anche il semplice elenco ci induce a una riflessione comparativa tra oggi e 60 anni fa, tra l’Europa del 2000 e l’Italia del 1945. E’ evidente per esempio, che l’assoluta priorità che nella carta UE è attribuita al tema della dignità della persona (che significa dunque il ricorso alla Corte europea di giustizia per il rispetto della integrità fisica, per la condanna della pena di morte, di trattamenti inumani, della schiavitù o del lavoro forzato) è il riflesso del riattizzarsi della guerra civile europea o dei fenomeni di globalizzazione economica negli anni ‘90, mentre vi appare meno urgente il tema della cittadinanza, che invece occupa un posto primario tra i Principi fondamentali della nostra Costituzione (attraverso i temi correlati della sovranità popolare, del rapporto tra cittadinanza e ostacoli di ordine economico e sociale, del diritto/dovere al lavoro). La preminenza della cittadinanza nella Carta italiana del 1945 è da attribuirsi al fatto che si usciva allora da un regime totalitario, a sua volta esito di una fallita transizione alla democrazia, e che dunque la partecipazione attiva dei cittadini rappresentava il freno più sicuro per l’eventuale risorgere del pericolo totalitario.

Proseguendo nel ragionamento sviluppato fin qui vorrei ancora argomentare che al centro dell’unità costituzionale si pone non tanto un patto inteso come compromesso politico, ma una cultura del rispetto della persona che era nata dal comune rigetto del fascismo e di ogni forma di totalitarismo. E’ cultura della vita contro cultura della morte, una cultura che affonda le sue radici nell’altra Europa, e che appare già visibile in un appassionato articolo di Alberto Savinio dell’estate 1944 dedicato alla abolizione, da parte del governo italiano di Roma, della pena di morte: un articolo in cui i nodi della vita e della morte, della civiltà e del rispetto della vita umana si intrecciano con l’etica e la politica13.

Ora, è proprio questo slancio antifascista, il rigetto di ogni regime totalitario, che sostiene il processo di redazione di un testo normativo ampiamente condiviso (e votato a stragrande maggioranza) anche mentre nel paese crescono le divisioni fra le strategie politiche dei vari partiti. La ragione è che – come si è osservato da più parti - nei lavori dell’Assemblea Costituente il cuore della differenza tra le diverse correnti ideali, ma anche il principio della sua soluzione, si trova nella nuova centralità che viene a occupare la persona come soggetto possessore di diritti14.

Una volta messe in parentesi le prospettive “dottrinarie” – ha osservato Pietro Costa –

«la persona e i diritti si prestano a divenire per la grande maggioranza dei costituenti il pilastro del nuovo ordine, in quanto essi per un verso rafforzano la comune pregiudiziale antifascista (che continua ad essere proposta come cemento simbolico dell’unità del processo costituente), mentre per un altro traducono in termini giuridico-costituzionali le aspettative (tipicamente resistenziali) della libertà, della partecipazione, della liberazione dal bisogno».

In una serrata discussione che vede impegnati Dossetti, Moro, La Pira, Togliatti, Basso, la centralità della persona finisce per risultare un valore condiviso pure nella diversità delle motivazioni fondanti, così come l’apertura sociale dell’individuo (teorizzata dal personalismo comunitario dei deputati dossettiani) si incontra con le esigenze riformatrici delle sinistre e permette di affiancare ai diritti di libertà non solo i diritti politici ma anche una nutrita serie di diritti sociali15.

Ora, questo tema, quello del passaggio, tra gli anni trenta e quaranta, dall'individuo alla persona nel pensiero filosofico europeo16 e in particolare italiano, è stato solo di recente messo a fuoco per quanto attiene la cultura giuridica che ispira i costituenti. Ma quanto finora è emerso17, avvalora l'idea di un incontro dei dossettiani con il marxismo (Basso) sulla base di una prospettiva non puramente formale e di compromesso. In comune vi era un’ottica giuridico-storica che portava, da un lato a valorizzare il ruolo del partito come locus della partecipazione (in risposta ai guasti del fascismo) e dall’altro a evidenziare la centralità dell'evento-guerra e dunque a esaltare la riscoperta della persona "immersa" nelle sue relazioni sociali (comunitarie per Dossetti, di classe per Basso)18 .

Anche questo è un tema, come abbiamo accennato all'inizio, tornato di attualità: la persona, le sue relazioni sociali e i diritti, che ne salvaguardano l'esistenza come uomo di fronte a ideologie di annientamento, quali quelle totalitarie o etniche, e come individuo, di fronte alla invadenza di osservatori più o meno occulti.


4.1946-1948. I dubbi del giurista, costituente e azionista



Verrebbe da chiedersi leggendo la formulazione di alcuni degli articoli della Carta dei diritti d’Europa che cosa potrebbe oggi dire Calamandrei. Il pensiero va al famoso discorso pronunciato il 4 marzo 1947 all’Assemblea Costituente e poi ripubblicato col titolo Chiarezza nella Costituzione. E’ un discorso noto soprattutto per il giudizio che vi si esprime sulla Costituzione, poi più volte ripreso, anche a sproposito: “E’ una Costituzione tripartitica, di compromesso, molto aderente alle contingenze politiche dell’oggi e del prossimo domani; e quindi poco lungimirante.” Una critica in realtà alla forma della Costituzione (la sua poca chiarezza) e non alla sua sostanza, come risulta evidente anche dalle frasi immediatamente successive19, una critica che si appuntava soprattutto sul carattere a volte velleitario degli articoli relativi ai rapporti etico-sociali e economici.

Con molta probabilità Calamandrei avrebbe motivo di ripetere quelle critiche molto dure anche a proposito della Carta dei diritti UE, e con parole analoghe, per esempio, a quelle usate per stigmatizzare, nel testo costituzionale, le disposizioni vaghe, “le quali non sono vere e proprie norme giuridiche nel senso preciso e pratico della parola, ma sono precetti morali, definizioni velleità, programmi, propositi, magari manifesti elettorali, magari sermoni; che tutti sono camuffati da norme giuridiche ma norme giuridiche non sono”20.

Commenti negativi altrettanto decisi abbiamo ascoltati in occasione dell’approvazione della Carta dei diritti di Nizza nei vari paesi europei, in genere sullo stesso ordine di articoli, quelli economico-sociali. Anche in questo caso i filo- europeisti dei vari paesi hanno scelto di rispondere con argomenti non dissimili da quelli che, cercando di superare i dubbi del collega fiorentino, Togliatti aveva espresso con i versi di Dante: i preparatori della Costituzione, aveva ricordato Togliatti a Calamandrei, debbono fare “come quei cha va di notte –, che porta il lume dietro e a sé non giova –, ma dopo sé fa le persone dotte”, cioè non pensare all’attuazione immediata ma pensare ai posteri, ai nipoti e “consacrare quei principi che sono oggi soltanto velleità e desideri, ma che tra venti, trenta, cinquanta anni diventeranno leggi.” Calamandrei, si sa, non ne era per nulla convinto e con la consueta chiarezza proseguì nel suo discorso illustrando i pericoli di fraintendimento insiti in molti articoli. Tuttavia, dopo essersi accanito a chiarirli punto per punto, lo stesso Calamandrei concluse il suo discorso alla Costituente con alcune considerazioni finali che proprio oggi assumono una rinnovata attualità:

Questo che noi facciamo è il lavoro che un popolo di lavoratori ci ha affidato e bisogna sforzarci di portarlo a compimento meglio che si può, lealmente e seriamente. Non bisogna dire, come da qualcuno ho udito anche qui, che questa è una Costituzione provvisoria che durerà poco e che, di qui a poco, si dovrà rifare. No: questa dev’essere una Costituzione destinata a durare. Dobbiamo volere che duri; metterci dentro la nostra volontà. In questa democrazia nascente dobbiamo crederci, e salvarla così con la nostra fede e non disperderla in schermaglie di politica spicciola e avvelenata.

Calamandrei porta nei lavori della Costituente quello spirito critico e intransigente che conosciamo, ma qui vorrei insistere sul doppio registro delle sue dichiarazioni: da un lato la critica concreta, dall’altro le parole finali, quelle che meglio di ogni altra pronunciata in quella sede esprimono il carattere solenne della scrittura della Carta, la sua ispirazione comune e duratura.

Se noi siamo qui a parlare liberamente in quest’aula, in cui una sciagurata voce irrise e vilipese venticinque anni fa le istituzioni parlamentari, è perché per venti anni qualcuno ha continuato a credere nella democrazia, e questa sua religione ha testimoniato con la prigionia, l’esilio, la morte. Io mi domando, onorevoli colleghi, come i nostri posteri tra cento anni giudicheranno questa nostra Assemblea Costituente: se la sentiranno alta e solenne come noi sentiamo oggi alta e solenne la Costituente Romana, dove un secolo fa sedeva Giuseppe Mazzini. Io credo di sì.21.


Anche in un’altra occasione significativa vediamo all’opera lo stesso spirito in Calamandrei: mi riferisco al corsivo pubblicato in “Il Ponte” (Le Leggi di Antigone, n.11, novembre 1946) a proposito della condanna a morte di dodici criminali nazisti in esecuzione della sentenza del Tribunale di Norimberga. “Qualche anima bennata”, apre il suo scritto Calamandrei, si sente offesa e impietosita dinanzi a queste forche e dimentica gli innumerevoli capestri che hanno oscurato le nostre piazze e i nostri viali. Lo scrupolo legalitario di certi loici non turbato dai milioni di vittime umili e anonime è tormentato da assillanti dubbi di procedura dinanzi a questa sentenza. Quello che lo Stato permette o addirittura premia non può essere delitto!

Così ragionano i loici e non si accorgono che il problema non può essere risolto sul piano delle leggi nazionali. In realtà questa giustizia va angosciosamente in cerca di una pacificazione più vasta; vuol aprire ai popoli un filo di speranza in una autorità più alta degli stati.

Guai se non avessero prevalso con questa sentenza le leggi non scritte alle quali obbediva Antigone:

le “leggi dell’umanità” che furono fino a ieri una frase di stile relegata nei preamboli delle convenzioni internazionali – queste leggi hanno cominciato ad affermarsi, nella funebre aula di Norimberga, come leggi sanzionate; l’umanità, da vaga espressione retorica, ha dato segni di voler diventare un ordinamento giuridico.

Ma i bombardamenti a tappeto? Le popolazioni innocenti sterminate dall’alto? Domande gravi, ma l’essenziale per ora non è che i giudici siano senza peccato:

l’essenziale è che la violazione delle leggi dell’umanità abbia cominciato a trovare un tribunale e una sanzione. Quel che conta è il ‘precedente’ che domani varrà come legge per tutti, per i vinti e per i vincitori; che si rivolterà, occorrendo, contro gli stessi giudici di oggi. Nella sentenza di Norimberga c’è implicita per domani la condanna della spietata inumanità della bomba atomica: di questo devono accorgersi gli uomini di buona fede, e trarne conforto.22


Nel 1930 Otto Kirchheimer a Berlino pubblicava un saggio dal titolo Analisi di una Costituzione. Weimar – E poi? Ad esso Franz Neumann replicò: Intanto Weimar!.. Ma era ormai troppo tardi!

Consapevole di quel precedente, Calamandrei sembra ogni volta rispondere ai suoi stessi dubbi: ..Intanto Norimberga! Intanto questa Costituzione!


5. “ ... ma dopo sé fa le persone dotte”!


Nell’intervento già ricordato alla Costituente Calamandrei aveva sostenuto che i versi di Dante citati da Togliatti (che ben conosceva la passione dei fiorentini per il grande poeta) l’avevano convinto solo superficialmente: i dubbi erano subito ritornati. Eppure, come si potrebbe giudicare il lavoro costante di richiamo all’attuazione del testo costituzionale che lo stesso Calamandrei portò avanti fino al grande numero del “Ponte” (Dieci anni dopo) nel 1956, anno della sua morte, se non come un esempio della “luce” che quella Costituzione aveva comunque lasciato ai posteri?

La Costituzione fu un patto e certamente un compromesso, ma in essa confluirono convinzioni ideali profonde e condivise che hanno ispirato la battaglia democratica in questo paese fino agli anni ’70, fino, cioè, al varo delle leggi attuative degli articoli costituzionali: non dimentichiamo infatti che gli anni ‘70, accanto a gravi crisi politiche e istituzionali vedono anche la massima espansione del processo di democratizzazione del paese e l’approvazione di riforme sui diritti dei cittadini e sulla tutela dei lavoratori che ancora alla Costituzione si collegano o che in essa trovano ispirazione grazie al lavoro dei magistrati che sollevano questioni di incostituzionalità. Ma bisogna ricordare che fin dal momento dell’approvazione della Carta e prima ancora che fosse istituita la Corte costituzionale, una minoranza, di uomini di legge, di giudici, di giornalisti, di intellettuali, di preti, di assistenti sociali, di sindacalisti, di cittadini, si mette in moto, sentendosi legittimata dal testo costituzionale, per allargare i confini della nostra repubblica democratica anche ai tanti esclusi dalla storia: i contadini senza terra di Lucera o Canicattì, i minatori del monte Amiata, gli operai di Modena, fino ai pescatori di Trappeto23. Tale spinta avrebbe ancora consentito, al di là dello scontro politico della guerra fredda, la intima condivisione, da parte della classe politica unita dall’esperienza della Resistenza, di scelte riformatrici come la Cassa del Mezzogiorno e poi dei disegni di riforma che dal piano Vanoni avrebbero portato fino al governo di centro sinistra, alla scuola media unica, per arrivare fino al ‘68 e alla nuova stagione politica che si aprì allora in Italia e nel mondo.

Vi è qualcosa di peculiare nel tragitto italiano del dopoguerra, una peculiarità che non riguarda solo la ben nota capacità produttiva, la ricostruzione e il miracolo economico, ma è qualcosa di più profondo e duraturo. Solo ora che siamo maggiormente consapevoli dei guasti profondi provocati dal lungo ventennio fascista, siamo anche meglio in grado di valutare la eccezionalità rappresentata nel 1947-48 da una classe politica che è stata in grado di proseguire e portare a termine il grande lavoro della Costituzione, nonostante fossero già in corso le battaglie della guerra fredda. In una testimonianza di qualche anno fa V.Foa ha definito il 1947 “un anno di estrema facilità costituzionale e di estrema difficoltà politica"24. Abituati a pensare a quegli anni collocandoli nel clima della guerra fredda tendiamo a sottovalutare gli effetti virtuosi prodotti da quella “facilità costituzionale” anche al di fuori delle aule parlamentari. E invece l’accordo in vigore nelle assemblee costituenti ha non solo prodotto la nostra Carta fondamentale, ma ha anche fornito una cultura che ha reso possibile nei primi anni cruciali di uscita dalla guerra civile l’accettazione delle regole democratiche da parte di forze politiche per le quali quella adesione non era affatto scontata. Si pensi al ruolo di Togliatti nel 1945-46, allorché in qualità di guardasigilli favorisce, pur tra lo scandalo delle facili assoluzioni dei molti colpevoli di collaborazionismo, anche un moto generalmente accettato di “rientro” nelle aule di tribunali nazionali, regolarmente costituiti, del conflitto appena terminato tra le due Italie in armi25; o alla capacità di De Gasperi e del partito democristiano di spostare il mondo cattolico – già fortemente compromesso con il fascismo - sul fronte della democrazia (non è stato così in Spagna, per esempio) e su quello della società industriale, con la conseguente convinta accettazione della moderna dinamica sindacale (il massiccio ingresso di dirigenti cattolici ai vertici degli enti pubblici rappresenta anche questo, la fine di un atteggiamento cattolico antimodernista). Era l’esito della lunga elaborazione dell’antifascismo negli anni ‘30, grazie alla quale e seppure con accentuazioni diverse la nuova classe politica nazionale si dimostrò in grado di cogliere le trasformazioni anche contraddittorie apportate dal fascismo e di preparare una risposta all’altezza dei tempi.

Alla luce di quanto detto fin qui a proposito di una transizione alla democrazia basata sull’incontro di culture, di valori, di ideali comuni, sarebbe il caso di ripensare anche all’influenza del pensiero azionista dentro e fuori delle aule parlamentari. Nella prospettiva qui considerata la vulgata della sconfitta e dell’annullamento del Partito d’Azione appare poco convincente26: certo, il partito è stato sconfitto sul terreno elettorale e i suoi aderenti sono stati costretti a spargersi nei grandi partiti di massa. Ma è avvenuto un po’ quello che Gibbon ci racconta a proposito delle invasioni barbariche nelle terre dell’impero romano: nel lungo periodo non si sa bene chi sia più cambiato, se i barbari o i romani!

6. Dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo a oggi



E’ nella cultura antifascista degli anni 30 e 40 che affonda le radici un tessuto di simboli che accomuna, al di là delle diverse strategie “locali”, le carte costituzionali delle nuove democrazie europee e va addirittura oltre di esse. Come è stato scritto ancora da Costa:

il principale elemento connettivo di questo tessuto è il nesso soggetto-diritti: negli anni della guerra, affermare l’assolutezza e la centralità del soggetto valeva come antidoto contro ogni presente o futura minaccia totalitaria, mentre moltiplicare i diritti della persona significava dar corpo a quella esigenza di riscatto e di liberazione complessiva dell’essere umano che circolava in tutti i meandri della letteratura resistenziale.27

Ma non è nelle costituzioni che questo progetto di “liberazione attraverso i diritti” trova la sua maggiore visibilità, bensì nella Dichiarazione dei diritti dell’ONU nella quale i diritti sono proclamati universali in quanto sottratti all’area dell’uno o dell’altro Stato e riferiti all’essere umano in quanto tale. Non a caso è a questo antecedente che si rifanno gli organismi internazionali sorti o ricostituiti negli anni ’90 in risposta a una più convinta ripresa della sensibilità per i diritti umani delle nuove generazioni (Corte penale internazionale). Questo fenomeno ci segnala una diffusa consapevolezza della centralità del tema dei diritti (della persona, del cittadino) quale orizzonte entro cui collocare la speranza di un futuro migliore. La novità riguarda in queste generazioni, da un lato, il definitivo superamento di una cultura “sostanzialista” che aveva accompagnato le battaglie sociali del lungo dopoguerra ma anche la riscoperta della “forma” giuridica quale terreno su cui verificare le tappe successive delle conquiste nel campo della emancipazione e della democrazia (Intanto Norimberga!). Dall’altro, la percezione, raggiunta dopo la fine della guerra fredda, della dimensione sovranazionale (europea o cosmopolita) di questo nuovo paradigma.

Globalizzazione e diritti. Diritti e valori. Per concludere riallacciandomi all’avvio di questo ragionamento e al discorso di V.Havel sulla necessità oggi di nominare quei valori che sessant’anni fa erano considerati impliciti anche nel moto di riunificazione economica europea, vorrei citare un recente articolo pubblicato, in occasione delle cerimonie europee per la giornata della memoria, da Thomas Ferenczi con il significativo titolo Le lente émergence d’une communauté de valeurs28. L’articolo -che inizia con queste parole: “L’Unione europea ha scoperto in ritardo che essa poggiava su dei valori” – si sofferma sul lento cammino verso la conquista della nuova consapevolezza, sotto la spinta della memoria a lungo occultata dello sterminio degli ebrei, e così si chiude:

L’emergere di questi valori europei, nutriti della memoria di Auschwitz, ha giustificato negli ultimi 20 anni l’impegno dell’Europa contro tutti i totalitarismi e tutti i razzismi. Ha permesso ai dissidenti del blocco sovietico di battersi contro il comunismo prima di ricongiungersi all’Unione nel 2004. Continua a motivare la lotta contro l’antisemitismo e la xenofobia. La lotta continua.


Per concludere, possiamo certamente riconoscere che una fase storica si è chiusa negli anni ‘80 e che la classe politica nata dalla Resistenza ha subìto l’impatto di quella globalizzazione che abbiamo più volte evocato (trasformazioni tecnologiche, finanziarie, sociologiche, che si sono riversate su un sistema di partiti nato in un contesto del tutto diverso), ma i tempi odierni ci dimostrano che il lavoro dei costituenti non è andato affatto perduto. Anzi è nella prospettiva di una “Europa dei valori”, di un’Europa “del sangue versato” che le parole della nostra Costituzione possono ritrovare l’eco di quella solennità che i costituenti avevano inteso darle, come è dalla centralità allora proclamata dei diritti della persona che i giovani possono trarre l’ispirazione per preparare un futuro internazionale migliore.





*Università di Bologna.


1 Negli anni sessanta l'antifascismo uscì dall'aula parlamentare, dal confronto fra i partiti, per diventare un argomento di studio e di lotta politica nelle aule universitarie. Le lezioni per ricordare la ricorrenze della Liberazione sono per la prima volta, in occasione del ventennale a Milano (alla presenza del sindaco Bucalossi), frequentate da una massa inaspettata di ascoltatori (ricordiamo, tuttavia, che un ciclo precedente legato, al centenario dell'unità d'Italia, si era già svolto a Milano nel 1961 e che, a seguito dei fatti di Genova e Reggio Emilia nel 1960, il motivo dell'antifascismo si era già incontrato con l'opposizione al governo di una nuova generazione).

2 Su questo si vedano in particolare i classici saggi di C.Pavone, Alle origini della Repubblica. Scritti su fascismo, antifascismo e continuità dello Stato, Bollati Boringhieri, Torino 1995.

3 Sulla sua collocazione tra la generazione passata e quella futura, cfr. Sergio Luzzatto, La crisi dell’antifascismo, Einaudi, Torino 2004.

4 Sul carattere periodizzante di questa “tragedia repubblicana” cfr. Agostino Giovagnoli, Il caso Moro. Una tragedia repubblicana, Il Mulino, Bologna 2005) e per i suoi riflessi sul femminismo, si veda la sezione monografica, Anni Settanta, a cura di Anna Bravo e Giovanna Fiume, in “Genesis. Rivista della Società Italiana delle Storiche”, a. III, n.1, 2004, un numero che è tutto da leggere.

5 Giuseppe Sacco, L’Europe du sang versé, in "Commentaire", vol.22, n.85, Printemps 1999. Per ulteriori approfondimenti mi permetto di rinviare al mio Il futuro dell’Europa tra globalizzazione e nazionalismi, in “Parolechiave”, n. 25, 2001 (globale/locale) .

6 Ibidem, p.57.

7 Se l’Europa rimane solo uno ‘stato mentale’ (“La Repubblica”, 23.6.2000).

8 C.Pavone, La seconda guerra mondiale: una guerra civile europea?, in G.Ranzato, a cura di, Guerre fratricide. Le guerre civili in età contemporanea, Bollati Boringhieri, Torino 1994, p.91; ma vedi anche N.Gallerano a cura di, La Resistenza tra storia e memoria. Atti del convegno (Roma, 9-11 ottobre 1995), Mursia, Milano, 1999.

9 Cfr. E. Collotti, L’Europa nazista. Il progetto di un nuovo ordine europeo (1939-1945), Giunti, Firenze 2002; G.Corni, Il sogno del ‘grande spazio’. Le politiche d’occupazione nell’Europa nazista, Laterza, Roma-Bari 2005.

10 Maurizio Fioravanti e Stefano Mannoni, Il “modello costituzionale” europeo: tradizioni e prospettive, in Una Costituzione senza Stato. Ricerca della Fondazione Basso, a cura di Gabriella Bonacchi, Il Mulino, Bologna 2001, p.52

11 Troviamo il riferimento nel titolo II della Parte I (Diritti fondamentali e cittadinanza dell’Unione) , art. I-9. Diritti fondamentali,3: “I diritti fondamentali garantiti dalla Convenzione europea di salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà e risultanti dalle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri, fanno parte del diritto dell’Unione in quanto principi generali”. Questo articolo riprende un comma del Preambolo della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione, che ora costituisce la parte II del Trattato, là dove si dice: “La presente Carta riafferma, nel rispetto delle competenze e dei compiti dell’Unione e del principio di sussidiarietà, i diritti derivanti in particolare dalle tradizioni costituzionali e dagli obblighi internazionali comuni agli Stati membri, dalla Convenzione europea della salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, dalle carte sociali adottate dall’Unione e dal Consiglio d’Europa, nonché dalla giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Unione europea e da quella della Corte Europea dei diritti dell’uomo.”

12 In “La Repubblica”, 11.03.05; cfr. anche Jeremy Rifkin, Il sogno europeo. Come l’Europa ha creato una nuova visione del futuro che sta lentamente eclissando il Sogno americano, Mondadori, Milano 2004.

13 «Un grande fatto è avvenuto non molti giorni sono, un fatto grandissimo, ma quasi in silenzio e avvertito da pochi. Altri fatti lo hanno sopraffatto, non maggiori di lui, ma più contingenti e fragorosi. ‘L’Italia ha abolito la pena di morte’. Questo il danno dell’attualità, il lato immorale dei fatti del giorno. (...) Una colossale tragedia si svolge in questo tempo sulla terra, nei cieli nei mari. Ma molti questa tragedia la sminuzzano in tanti ‘fatti del giorno’. Peggio: non volgono la mente a questa colossale tragedia se non per quel tanto che essa tragedia tocca i loro interessi personali. ... [...] Quanti i modi di misurare il grado di civiltà dei popoli? per me il primo e più sicuro modo di misurare il grado di civiltà di un popolo è di misurare il suo maggiore o minore attaccamento ai principi morali della vita; e l’Italia con l’aver provveduto ad abolire pur nella sua tragica e miserrima condizione presente la pena di morte, ha dimostrato di essere ancora e a dispetto di tutto rispettosa dei principii morali della vita, e dunque fra tutti i popoli il più veramente e profondamente civile». (Non ucciderai, “Il Tempo”, 12.8.1944).

14Per un riflessione sul passaggio storico-filosofico da individuo a persona, cfr. «Parolechiave», 10-11, 1996 (Persona).

15 Cfr. P.Costa, Civitas. Storia della cittadinanza in Europa. 4. L’età dei totalitarismi e della democrazia, Laterza, Roma-Bari 2001, p.468; v. anche G.Monina, a cura di, La via alla politica: Lelio Basso, Ugo La Malfa, Meuccio Ruini protagonisti della Costituente, Angeli, Milano 1999; C.Giorgi, La sinistra alla Costituente, Carocci, Roma 2001

16 Attorno all’Europa e ai concetti di “persona umana” si riaggrega infatti negli stessi anni la filosofia politica europea che cerca nelle comuni esperienze tragiche del passato un filone culturale “altro” rispetto alla degenerazione irrazionalista della svolta novecentesca: è ciò su cui riflette H. Arendt, in L’interesse per la politica nel recente pensiero filosofico europeo (1954), «aut aut», 1990, n. 239-40.

17 Cfr. in particolare P.Pombeni, Individuo/persona nella Costituzione italiana. Il contributo del dossettismo, in "Parolechiave" n.10/11 cit.

18 Rievocando nel 1975 (in F. Livorsi, a cura di, Stato e costituzione. Atti del convegno organizzato dall'Issoco e dal Comune di Alessandria, Marsilio, Venezia 1977, p.68) l'iniziale spirito unitario dei tre grandi partiti di massa, accomunati dalla partecipazione alla Resistenza, Basso ricordava lo spirito di collaborazione, soprattutto nella stesura della prima parte della Carta fondamentale. "E noi potemmo lavorare, come ha ricordato La Pira, in comunione di spiriti perché su molte cose, non su tutte (l'art.7 sta a testimoniare i nostri dissensi), eravamo d'accordo: innanzi tutto sul fatto che al centro della Costituzione, al centro della vita della Repubblica, al centro della democrazia, ci dovesse essere l'uomo, il valore dell'uomo, ma non l'uomo isolato, non l'uomo singolo dell'individualismo settecentesco e ottocentesco, l'individuo contrapposto alla collettività, l'uomo nel senso liberale della parola, ma l'uomo come essere sociale, l'uomo come membro della collettività, quindi l'uomo come centro di rapporti umani".

19 «La parte positiva della nuova Costituzione, voi lo sapete, si chiama repubblica, si chiama sovranità popolare, si chiama sistema bicamenrale, si chiama autonomia regionale, si chiama Corte costituzionale. Tutto questo è chiaro. Sono istituti che potranno essere perfezionati nei particolar, ma insomma, su questi punti, in cui i tre partiti che costituiscono il nucleo di questa assemblea si sono trovati d’accordo, il lavoro è stato facile e fecondo». Gli appunti di Calamandrei si concentravano invece sulle disposizioni vaghe che si annidavano a suo parere fra l’articolo 23 e il 44 (rapporti etico-sociali e rapporti economici).Il discorso, pubblicato in Assemblea Costituente. Atti. Discussioni, Roma 1947, si trova ora in P.Calamandrei, Costituzione e leggi di Antigone. Scritti e discorsi politici, La Nuova Italia, Firenze 1996, p.83

20 Ivi, p.85

21 Ivi, p.104

22 In P.Calamandrei, Costituzione e leggi di Antigone...op.cit., pp.18-19.

23 Mi riferisco alle arringhe pronunciate in loro difesa e in nome della Costituzione da avvocati e costituenti come Umberto Terracini, Lelio Basso (che pubblica cinque sue arringhe in La democrazia dinanzi ai giudici, Edizioni di Cultura Sociale, Roma 1954), Piero Calamandrei (In difesa di Danilo Dolci, “Il Ponte”, n.4, 1956, ora in Costituzione e leggi di Antigone cit.). Sull’impegno politico che trasformò intere generazioni siciliane (e non solo) nel dopoguerra, si veda anche Giuliana Saladino, Romanzo civile (Sellerio, Palermo 2000) e più di recente i ricordi autobiografici di Emanuele Macaluso (50 anni nel Pci, Rubettino, Soveria Mannelli, 2003)

24 Intervista con Vittorio Foa, in G.Monina, a cura di, La via alla politica cit., p.194

25 Per un giudizio meno frettoloso rinvio al mio Amnistia e amnesia nell’Italia del 1946, in Marcello Flores, a cura di, Storia, verità, giustizia. I crimini del XX secolo, B.Mondadori, Milano 2001

26 Come sempre, V.Foa è illuminante nei suoi ricordi. In un intervento nel citato La Via alla politica (a cura di G.Monina, p. 208), dopo aver sottolineato il passaggio culturale che negli anni ‘30 vede da parte di Rosselli la proposta di una nuova rappresentazione del popolo italiano (rispetto a quella gobettiana): non più il malato da curare, ma il dormiente da risvegliare, Foa contesta anche la riduzione dell’atteggiamento del partito d’azione al solo aspetto “pedagogico” (il rimprovero è ripreso in quella sede da Giovanni De Luna). “Anche nel nostro autonomismo, come nel federalismo di Silvio Trentin, non si doveva imporre nulla dall’alto, non bisognava dire che cosa gli italiani dovessero fare, dovevi soltanto permettere loro di elaborare un agire comune, Questa sensibilità democratica è un punto al quale non mi sento di rinunciare ed è, in qualche modo, un elemento comune a tutti gli azionisti.”

27 Costa, Civitas... cit., p. 468. ; ma cfr. anche Stefano Ceccanti, L’antifascismo e le nuove Costituzioni democratiche, in Alberto De Bernardi e Paolo Ferrari, a cura di, Antifascismo e identità europea, Roma, Carocci 2004, pp.208-234

28 “Le Monde”, 28.1.2005

* Università di Milano.





PROLUSIONE - 4 febbraio 2005
- Oscar Luigi Scàlfaro

BARI - 11 febbraio 2005
- Luciano Canfora
- Luigi Masella
- Vito Antonio Leuzzi

NAPOLI - 16 febbraio 2005
- Francesco Paolo Casavola
- Guido D'Agostino
- Paolo De Marco
- Isabella Insolvibile

CATANIA - 22 febbraio 2005
- Giuseppe Barone
- Rosario Mangiameli
- Salvatore Lupo

ROMA - 3 marzo 2005
- Claudio Pavone
- Alessandro Portelli

CAGLIARI - 7 marzo 2005
- Manlio Brigaglia
- Giangiacomo Ortu

BOLOGNA - 9 marzo 2005
- Luciano Casali
- Antonio Parisella

PADOVA - 14 marzo 2005
- Angelo Ventura
- Emilio Franzina

TORINO - 16 marzo 2005
- Gianni Oliva
- Claudio Dellavalle

FIRENZE - 17 marzo 2005
- Michele Battini
- Ivano Tognarini

GENOVA - 17 marzo 2005
- M. Elisabetta Tonizzi
- Antonio Gibelli

TRIESTE - 19 marzo 2005
- Raoul Pupo
foto d'archivio
carte storiche
- Enzo Collotti


  MILANO - 22 marzo 05

 Mariuccia Salvati

  - Claudio Dellavalle
  - Gianni Perona

 
 
 
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