Sunday 27th of January 2008 - GENOVAIntervista ad Anna Foa relatrice ufficiale del Giorno della Memoria 2008
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«Il Giorno della Memoria non deve essere una retorica celebrazione ma un’occasione per ricordare qualcosa che ha cambiato la nostra storia: tutti noi dobbiamo fare un buon uso della memoria della Shoah».
Docente di storia moderna all’Università di Roma "La Sapienza", autrice di importanti saggi tra i quali "Ebrei in Europa. Dalla peste nera all’emancipazione" e "Eretici. Storie di streghe, ebrei e convertiti", nonché prima voce ebraica chiamata a collaborare con l’Osservatore Romano, quotidiano della Santa Sede, Anna Foa sarà l’oratore ufficiale della cerimonia commemorativa del Giorno della Memoria, in programma domenica alle ore 11.00 nel Salone del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale.
Figlia di Vittorio, grande vecchio della sinistra italiana, e Lisa Giua, ritratta col nome di Lisetta in "Lessico famigliare" di Natalia Ginzburg, Anna Foa visse da clandestina i primi mesi di vita, in quanto ebrea da parte di padre: «benché all’epoca della mia nascita, nel dicembre 1944, fossero già cessati i trasporti per Auschwitz, i miei nonni paterni erano costretti a nascondersi, passando da una casa all’altra. Quanto a mio padre, imprigionato come antifascista sino all’agosto 1943, prese parte nelle fila del Partito d’Azione alla Resistenza, cui aveva aderito anche mia madre».
Ripercorrendo la storia dell’Occidente, si rimane colpiti nel constatare come gli ebrei siano sempre stati oggetto di un disprezzo e una discriminazione le cui radici si possono già individuare nell’infuocata omiletica dei Padri della Chiesa che, nei primi secoli dell’era volgare, erano soliti bollare i giudei, per citare Gregorio di Nissa, come "assassini del Signore e dei profeti, strumenti del diavolo, razza di vipere, sinedrio di demoni".
Intensificatosi nel corso del Medioevo e dell’età moderna e caricatosi di ulteriori valenze sociali ed economiche, l’antigiudaismo portò a soprusi e violenze, interdizioni civili e professionali, l’imposizione, secondo le deliberazioni del IV Concilio Lateranense del 1215, di segni distintivi, espulsioni di massa, come quelle attuate dai sovrani spagnoli nel 1492, e internamenti nei ghetti, fioriti nelle città di tutta Europa grazie agli esempi di Venezia (1516) e dello stesso papa Paolo IV, che nella bolla "Cum nimis absurdum" del 1555 aveva caldeggiato la segregazione cittadina degli ebrei di Roma.
Distinguere, espellere, isolare: una millenaria persecuzione nei confronti del "popolo deicida" che sarebbe infine sfociata nell’antisemitismo biologico, preludio delle camere a gas.
Neppure la conversione, allora, sarebbe valsa la salvezza agli ebrei, la cui condanna, agli occhi dei nazisti, era inscritta nella loro stessa appartenenza razziale. Come spiegare un simile accanimento?
«Anzitutto – osserva Anna Foa - va sottolineato come per secoli gli ebrei abbiano rappresentato l’unica minoranza nell’Europa cristiana: disprezzati, in quanto ritenuti collettivamente responsabili di deicidio, secondo gli insegnamenti della Chiesa dovevano vivere in uno stato di subordinazione. Nel Medioevo contro di loro vennero mosse accuse di omicidio rituale e intere comunità ebraiche stanziate sul Reno vennero massacrate al passaggio dei crociati diretti in Terrasanta. Dopo secoli di discriminazioni, l’emancipazione, frutto della Rivoluzione francese, avrebbe dovuto rendere l’ebreo un cittadino come tutti gli altri, consentendogli finalmente di godere degli stessi diritti». Ma ben diversamente andarono le cose nell’Ottocento, secolo in cui un’accozzaglia di suggestioni estetiche, spiritualiste, esoteriche, filosofiche e pseudoscientifiche fece assumere allo stereotipo ebraico "dimensioni metafisiche" (G. L. Mosse), accreditando l’approssimarsi di un epocale scontro tra il principio del Bene e quello del Male, dal cui esito sarebbero dipese le sorti della stessa civiltà: «l’emancipazione degli ebrei venne vista come una ingiustizia religiosa e un sovvertimento dello stesso ordine naturale delle cose. Fu in questo contesto culturale che poté diffondersi quell’antisemitismo biologico che sarebbe poi stato a fondamento dell’ideologia nazista».
Al giorno d’oggi nessuno più sostiene che gli ebrei avvelenino i pozzi, si introducano nelle chiese per profanarne l’ostia, tema ispiratore di una celebre pala di Paolo Uccello conservata nel Palazzo Ducale di Urbino, oppure rapiscano e uccidano i bambini cristiani durante la settimana di Pasqua per fabbricare azzime col loro sangue, macabra credenza foriera della santificazione di Simone da Trento, supposto martire, nel 1475, della perfidia ebraica: eppure pregiudizi e calunnie contro gli ebrei continuano a sussistere. «Dotati di una loro continuità storica, i pregiudizi tendono a riemergere, basti pensare al luogo comune secondo il quale tutti gli ebrei sarebbero ricchi».
Per non parlare poi della tesi del complotto, veicolata nel Novecento dal famigerato libello "I protocolli dei savi Anziani di Sion", in circolazione tuttora nei paesi arabi, e ritornata in auge in tempi recenti: «dopo l’11 settembre 2001 si è diffusa la voce, totalmente priva di fondamento, che tutti gli ebrei occupati presso le Twin Towers si fossero salvati in quanto avvertiti in tempo dell’imminente attentato.
Certo è che dopo la Shoah, grazie anche alla svolta della Chiesa con il Concilio Vaticano II e il documento "Nostra aetate", molte cose sono cambiate: oggi nessun partito si dichiarerebbe apertamente antisemita, ma nonostante ciò l’antisemitismo persiste».
Anche in assenza dell’oggetto: la storia e la ricerca sociologica ci rivelano come si possano nutrire sentimenti antisemiti senza aver mai conosciuto un solo ebreo, in quanto «l’antisemitismo è una mitologia che per svilupparsi non ha bisogno degli ebrei reali. Dove sono mancati i rapporti tra ebrei e cristiani spesso lo stereotipo ha prosperato, mentre laddove questa frequentazione si è verificata nel quotidiano la presenza concreta dell’ebreo ha impedito astratte e negative simbolizzazioni».
Postisi, una volta dischiuse le porte del ghetto e venuta meno la condizione di minorità, l’annoso dilemma dell’identità – cos’è l’ebraismo? una religione, una civiltà, un popolo? -, tema quanto mai complesso e sfuggente «su cui sono stati versati fiumi di inchiostro e non riducibile, secondo il mio parere di ebrea laica, ad una univoca e fissa definizione», in questi ultimi decenni gli ebrei sono stati spesso accusati di indulgere in un eccessivo vittimismo: «pur ammettendo che possa esserci qualcosa di vero, è decisamente strano accusare di vittimismo un popolo che in Polonia e Olanda ha perduto rispettivamente il 90% e l’85% dei suoi membri, subendo uno sterminio quasi totale.
Sono comunque contraria ad una storia lacrimosa: il mio invito è di guardare avanti». Qualche polemica è affiorata anche in merito alle iniziative per il Giorno della Memoria, troppo sbilanciate, secondo alcuni, sulla tragedia ebraica a scapito della deportazione politica, di cui furono vittime decine di migliaia di resistenti e antifascisti italiani: «va evitata quella concorrenza delle vittime di cui ha parlato lo storico francese Jean-Michel Chaumont. Nella storia si attraversano certe fasi: mentre nel primo dopoguerra la vicenda ebraica risultava indistinta rispetto alle più generali deportazioni verificatesi nel corso del conflitto, successivamente è stato elaborato il concetto di Shoah, la cui specificità risiede nel fatto che solo gli ebrei sono stati sterminati in quanto tali, per il solo fatto di esistere. Al giorno d’oggi abbiamo però gli strumenti per affrontare i rapporti tra le varie deportazioni e indagare i nessi tra l’essere stati uccisi per ciò che si era o per ciò che si aveva fatto».
Una parola infine sulla scuola, «in grado di giocare un ruolo fondamentale nell’educazione dei giovani. E’ stupefacente constatare come ancora al giorno d’oggi, non solo tra gli studenti ma anche tra gli insegnanti, persista una ignoranza abissale sulla Shoah e relative responsabilità italiane. E duro a morire, presso l’opinione pubblica, è il mito degli italiani brava gente e la corrispondente idea che la colpa per tutto ciò che è successo, deportazione degli ebrei italiani compresa, sia attribuibile ai soli tedeschi».
Paolo Battifora